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Il rapimento di Barbara Piattelli: 343 giorni prigioniera
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Il rapimento di Barbara Piattelli: 343 giorni prigioniera nell’Aspromonte

Polizia

Barbara Piattelli fu rapita a Roma nel 1980 e tenuta prigioniera nell’Aspromonte per 343 giorni. La famiglia pagò un enorme riscatto, ma nessuno venne condannato.

Il 10 gennaio 1980, la ventisettenne Barbara Piattelli, figlia del celebre sarto romano Bruno Piattelli, venne rapita nel garage della propria abitazione nel quartiere Flaminio, a Roma. Il sequestro durò 343 giorni e divenne uno dei più lunghi rapimenti a scopo estorsivo subiti da una donna in Italia.

Le ricostruzioni lo inseriscono nella stagione dei sequestri legati alla ’ndrangheta, ma nessun responsabile venne mai identificato o condannato.

Polizia locale
Polizia locale – newsmondo.it

Il rapimento di Barbara Piattelli: l’agguato e la prigionia nell’Aspromonte

Barbara stava rientrando dal lavoro insieme alla madre quando almeno due uomini le assalirono. La giovane venne trascinata fuori dalla propria automobile e caricata su un’altra vettura, mentre la madre fu gettata a terra e minacciata con una pistola. Quella sera Barbara avrebbe dovuto raggiungere il fidanzato Ariel Arbib, poi diventato suo marito, per assistere a uno spettacolo teatrale di Carlo Verdone.

Dopo una notte trascorsa all’interno di un’automobile, Barbara fu sedata e trasportata verso la Calabria. Comprendeva di trovarsi nell’Aspromonte soltanto attraverso alcune pagine di cronaca locale lasciate in un giornale utilizzato come prova della sua sopravvivenza. Durante la prigionia fu spostata tra grotte e casolari isolati.

Piattelli ha descritto condizioni durissime: freddo, scarsa igiene, cibo prevalentemente conservato e lunghi periodi senza potersi muovere liberamente. Tentò di fuggire il 1° febbraio, ma venne ripresa. Dopo il tentativo, uno dei carcerieri la tenne temporaneamente incatenata. Durante il sequestro contrasse inoltre un’infezione che le provocò l’ittero. Questi particolari derivano dalla testimonianza della vittima e non da sentenze, poiché non si celebrò alcun processo contro i rapitori.

“Saturno”, il riscatto e la liberazione

Per gestire le comunicazioni, i sequestratori chiesero a Barbara di scegliere il nome di un pianeta. Lei indicò Saturno, che divenne lo pseudonimo dell’uomo incaricato di telefonare alla famiglia. Le registrazioni originali documentano una lunga trattativa, accompagnata da messaggi nascosti in diversi luoghi di Roma e da lettere che Barbara era obbligata a scrivere come prova di vita.

La famiglia riuscì infine a consegnare un riscatto indicato dalle ricostruzioni come estremamente ingente. Bruno Piattelli spiegò che circa un miliardo era stato ottenuto attraverso prestiti bancari e che il pagamento produsse conseguenze economiche gravissime per l’attività familiare.

Nella notte tra il 17 e il 18 dicembre 1980, Barbara fu abbandonata lungo una strada nella zona di Lamezia Terme. Dopo essersi tolta la benda, venne soccorsa da quattro giovani a bordo di una Fiat 128 bianca, che la accompagnarono alla stazione dei Carabinieri di Sant’Eufemia. Era libera dopo 343 giorni, ma il procedimento non portò alla scoperta dei sequestratori: del gruppo rimangono soprattutto il racconto della vittima e la voce registrata di “Saturno”.

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ultimo aggiornamento: 6 Agosto 2026 12:54

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